Sondaggi, Trump sorpassa Hillary e si gioca la Casa Bianca

Alessandro Nardone per Vanity Fair – Immaginatevi Obama che convoca una conferenza stampa e che, rivolgendosi alle telecamere come solo lui sa fare, annuncia che «era tutto uno scherzo» perché«volevamo sensibilizzare l’opinione pubblica sull’importanza di queste elezioni. Ora comincia la vera campagna elettorale con i veri candidati!». Alzi la mano chi non tirerebbe un sospiro di sollievo. Invece no: a meno di uno sbarco degli alieni in stile Indipendence Day, tra sei giorni esatti gli americani (in 20 milioni hanno già votato) si recheranno alle urne per scegliere chi, tra Hillary Clinton e Donald Trump, a mezzogiorno del prossimo 20 gennaio sarà ufficialmente il quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti d’America.

Intanto, per la prima volta da maggio, un sondaggio ABCNews/Washington Post dà il tycoon newyorkese in vantaggio di un punto sulla candidata democratica: 46 a 45%. D’altra parte, gli osservatori più avveduti hanno sempre messo in guardia dagli entusiasmi – quantomeno prematuri – germogliati sui distacchi a due cifre delle settimane scorse. Figuriamoci ora, che il direttore dell’FBI James Comey ha annunciato al Congresso la riapertura dell’Emailgate dopo aver trovato nuove e-mail dell’allora Segretario di Stato Hillary Rodham Clinton sul computer di Antony Weiner, ex politico democratico nonché quasi ex marito del braccio destro della Clinton – Huma Abedin – anch’egli sotto indagine per aver molestato diverse donne, tra cui una quindicenne, inviando loro alcune foto dei propri genitali.

Già, ma perché aprire nuovamente le indagini nel pieno della campagna elettorale per delle e-mail di cui non si conosce il contenuto? Per un motivo talmente semplice da essere passato in secondo piano, ovvero che quelle e-mail si trovassero sul computer di un personaggio come Weiner, il che certifica il principio su cui si basa l’intero impianto accusatorio, e cioè che utilizzando il suo server di posta privato, la Clinton abbia messo in pericolo l’intero sistema di sicurezza statunitense.

Insomma, sommando questo scandalo a una gestione quantomeno disinvolta della Clinton Foundation e alla sua esperienza a tratti disastrosa (vedi alle voci ISIS e Bengasi) da Segretario di Stato, otteniamo il perché la partita con la variabile impazzita Trump sia tutt’altro che chiusa.

Arrivati a questo punto, se da un lato il campaign manager di Hillary Clinton, Robby Mook, cerca di rintuzzare dichiarando alla CNN che«l’FBI dovrebbe rendere pubblico il materiale che ha raccolto a proposito dei collegamenti tra Trump e la Russia», dall’altro il candidato repubblicano, durante un comizio nel Wisconsin, ha invitato «tutti gli elettori democratici che qui, in Michigan, Pennsylvania o Minnesotahanno già votato per Hillary Clinton, a modificare il proprio voto», cosa che possono effettivamente fare recandosi al seggio elettorale il giorno delle elezioni.

Un ping pong che scandirà il trascorrere del tempo da qui all’election day, un testa a testa divenuto estenuante e che, come dimostra il sondaggio del Los Angeles Times, non ha mai smesso di essere tale. Gli elementi più interessanti che emergono dalla rilevazione dell’autorevole quotidiano californiano sono essenzialmente due: il fatto che Trump sia sempre stato davanti a Hillary, e che il suo vantaggio sia inversamente proporzionale al grado d’istruzione degli intervistati, a dimostrazione che troppo spesso si tende a sottovalutare i malumori della cosiddetta maggioranza silenziosa e che, alla fine della fiera, a valere è sempre il concetto di “una testa, un voto”. Anche se è un voto fuori di testa.

(Photo Illustration by Ji Lee)

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