Scissione del PD, da partitocrazia a egocrazia

di Alessandro Nardone – Ogni volta sembra di assistere a un film già visto. Ormai, quello delle scissioni nei partiti, è un canovaccio comparabile ai film d’azione di Stallone e Schwarzenegger: l’usato sicuro che non delude mai. Eppure, quando poco meno di 10 anni fa Walter Veltroni unì sotto l’unico tetto del Partito Democratico quel che rimaneva di DC e PCI, fummo in molti a illuderci che dietro l’angolo ci aspettasse il tanto agognato sistema bipartitico. Una democrazia dell’alternanza finalmente compiuta, basata su di un concetto che è l’antitesi del Vietnam politico di casa nostra: chi vince governa, chi perde sta all’opposizione. Era infatti quello, il punto di arrivo del percorso che i partiti intrapresero tardivamente, malvolentieri, e per disperazione a causa dei durissimi fendenti che la mannaia di “Mani Pulite” stava infliggendo loro. Così, nel 1993, il referendum di Segni introdusse il sistema maggioritario, e il Parlamento non poté che attuarlo varando la legge elettorale poi ribattezzata Mattarellum, a cui seguì la discesa in campo di Berlusconi, emblema di quella Seconda Repubblica che potremmo definire la Salerno-Reggio Calabria della politica.

In principio, nel ’97, fu il fallimento della Bicamerale di D’Alema; due anni più tardi toccò al referendum per l’abolizione della quota proporzionale promosso dall’inedito trio Segni-Fini-Di Pietro, che per 150mila voti non raggiunse il quorum; poi – nel 2006 e nel 2016 – i due referendum costituzionali (uno per parte) bocciati a furor di popolo. In mezzo a tutto questo fiorire di fallimenti ci fu, nel 2005, il varo di un nuovo sistema elettorale che, per molti aspetti, fu la pietra tombale su qualsivoglia velleità di cambiamento e partecipazione sancendo, al contrario, la vittoria della partitocrazia. Non a caso, se è vero che il Porcellum fu voluto e approvato da Berlusconi e il centrodestra, va altresì constatato che nelle cronache di quel tempo non vi è traccia di insurrezioni da parte dell’opposizione di centrosinistra che, difatti, appoggiò assai tiepidamente anche il referendum abrogativo del 2009.

Morale della favola, 24 anni dopo la svolta maggioritaria del ’93 ci ritroviamo allo stesso punto di prima, ovvero con un sistema elettorale di tipo proporzionale che ai politici di professione garantisce essenzialmente due vantaggi: il primo è che chiunque potrà sperare di tornare a sedere in Parlamento facendosi il proprio partitino, e il secondo è che ognuno di questi “cespugli” risulterà determinante per la formazione di qualsivoglia maggioranza di governo. Il paradosso è che, stante la scissione in atto nel Partito Democratico e il dissolvimento del Popolo della Libertà, torneremo alla Prima Repubblica senza nemmeno poter contare sui partiti e le classi dirigenti di allora che, al netto di inefficienze e ruberie, per decenni hanno quantomeno assolto al ruolo di punto di riferimento sociale, ancorché politico.

Una spirale involutiva, che si sta palesando dinnanzi ai nostri occhi in tutta la sua disarmante pericolosità, e che sancisce il passaggio da una partitocrazia a quella che potremmo definire egocrazia. Il trionfo, cioè, di una forma di micropartitismo perlopiù finalizzato al mantenimento dello status quo attraverso la non rinuncia a identitarismi che rappresentano un numero sempre più ristretto di elettori ma che, al contempo, sono funzionali alla difesa dei rispettivi centri d’interesse. Va da sé che il carisma del leader – sia esso di maggioranza o di minoranza – sia direttamente proporzionale al rischio di doversi confrontare con il principio di democrazia interna, che da molti è vissuto alla stregua del fumo negli occhi. L’egograzia, infatti, è più affine ai cerchi magici che ai congressi; preferisce di gran lunga la fedeltà (per non dire l’obbedienza) degli yesmen al confronto su basi meritocratiche; sacrifica l’interesse generale sull’altare di logiche personalistiche o tutt’al più correntizie. Conta ciò che dice il capo di turno e stop. Ché poi, anche se si tratta di stronzate, è pur sempre merda d’autore, anzi di leader. Il problema è che lì sotto continuiamo a esserci noi.

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